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Coronavirus: l’angoscia di non sentirsi al sicuro

Stiamo tutti vivendo una situazione inedita e instabile da molti punti di vista; c’è l’ambito economico che blocca la ricchezza e la produttività, l’aspetto sociale, in cui dobbiamo stare isolati e a distanza gli uni dagli altri, costretti ad una convivenza forzata fra le mura di casa simile agli arresti domiciliari e infine la salute psicologica, in cui dobbiamo gestire le emozioni e capire cosa provare e perché.

Le emozioni sono, forse, uno degli aspetti più difficili da comprendere e accettare, poiché ci costringono a fare i conti con la dura realtà esterna e crearne una interna che sia sospesa nel tempo e più forte, che serva a preservarci e farci comprendere il reale pericolo che corriamo.

Quali sono le possibili reazioni patologiche al Coronavirus?

Le possibili reazioni patologiche al coronavirus sono:

  • Il rifiuto della realtà
  • La fuga nell’ansia
  • La discesa nella depressione

Il rifiuto della realtà, a volte, può allontanare dall’angoscia profonda sperimentata in questa situazione: negare il pericolo di contagio, la possibilità di non essere al sicuro e al riparo dal virus, con comportamenti superficiali o banalizzanti, come passeggiare senza che vi sia pericolo o riderci sù come se non fosse nulla serve soltanto a congelare l’angoscia distruttiva. Se la verità si allontana, siamo salvi, possiamo continuare a vivere come se nulla fosse e preservare la serenità interiore.

Non mi accadrà nulla, perché nulla sta accadendo!

Far finta di nulla, molto spesso, è l’unica arma per combattere l’angoscia di un pericolo soprattutto se indefinito, insidioso e sconosciuto, come il coronavirus.

La fuga nell’ansia catastrofica è la reazione tipica di chi ha già sintomatologie di tipo ansioso, accentuate, ad esempio, da attacchi d’ansia, attacchi di panico o disturbi ossessivo-compulsivi in cui il corpo diventa veicolo di tutto lo stress che la persona si trova a vivere in questo momento come unico sfogo possibile; il forte senso di negazione di qualsiasi tipo di comportamento attivo e blocco di ogni attività porta ad una frustrazione e senso di impotenza così profonde da rimanere inespresse a parole, ma che si manifestano comunque nel corpo, come unico verbo possibile.

La discesa nella depressione è un’altra reazione possibile da parte di chi non riesce a comunicare la propria angoscia, ma si chiude in se stesso, senza trovare una via d’uscita. L’isolamento forzato a cui siamo costretti può demoralizzare e distruggere chi ha un umore già molto basso e che soffre dell’allontanamento dagli altri, sentito come una perdita.

È possibile, ad esempio, che persone distanti dai loro genitori e impossibilitati a vederli, per doverli proteggere dal possibile virus, sperimentino questa distanza come una perdita di una parte di sé o come un abbandono. Sentono il dolore inevitabile di non poterli vedere più, insieme alla preoccupazione per la loro salute.

Il Coronavirus, questo pericolo invisibile e insidioso, mette a dura prova la stabilità interna di ognuno e la capacità di continuare a vivere senza certezze, senza punti di riferimento e senza sentirsi più al sicuro per nulla.

Perché è normale provare paura?

Saper gestire questa insolita situazione significa sostituire l’angoscia alla paura, ovvero lasciarsi andare al naturale sentimento della paura e capire che è normale provarla perché permette di adattarsi ai cambiamenti.

Il virus fa paura, è inutile nasconderlo o banalizzarlo; si è preoccupati per la salute dei propri figli, dei propri cari, genitori anziani, vicini di casa, ci si preoccupa perché la scienza non sa ancora tutto, perché è un mostro sconosciuto con cui si deve combattere per sopravvivere e non si sa quando finirà.

Ci sono tante domande angoscianti a cui non sappiamo rispondere, ma questo non deve destabilizzare: quante nuove situazioni o tragedie ci troviamo spesso ad affrontare? E quante volte si è sopravvissuti?

Restare in allerta è adattivo, lasciarsi sopraffare dal dolore e dalla preoccupazione è pericoloso e avverso, perché porta a comportamenti frenetici, irrazionali, stupidi, esagerati e inutili, che possono rasentare la follia. È necessario sostituire la cieca angoscia alla lucida paura, calma, ponderata, concentrata, pianificata.

È sano informarsi sui dati scientifici, valutarli con razionalità e intelligenza, senza lasciarsi allarmare da tutto ciò che dicono i social o che pensano gli altri, è controproducente e sconfortante pensare che non si sopravviverà o non se ne uscirà mai. Ogni brutta tempesta prima o poi finisce; perché questa dovrebbe essere diversa?

La paura della solitudine

L’isolamento domiciliare e la quarantena forzata per tutti sta limitando ogni aspetto di socialità e convivialità attuati fino a poco tempo fa e sta avendo conseguenze nel modo in cui ci rapportiamo agli altri: non ci si guarda più, l’altro accanto a noi viene schivato per strada,visto come un possibile nemico, un pericolo, come un eventuale contagio e quindi come qualcuno da cui stare alla larga e scansare.

Cosa sta accadendo davvero dentro di noi? Perché questo sguardo così paranoico sull’altro? Oggi difendersi dal virus si traduce in stare il più possibile lontano dagli altri, queste figure con i guanti bianchi e la mascherina e gli occhi a terra per il terrore del contagio.

Il virus è invisibile, ma noi possiamo renderlo visibile guardandolo nell’altro, come per controllare il pericolo che è dietro di noi ma non ce ne accorgiamo; in questo modo ci rassicuriamo del fatto che l’abbiamo scansato, lo possiamo dominare e questo ci rende potenti e meno vulnerabili. È una parvenza di potere che ci tranquillizza almeno al momento.

Questo atteggiamento, però, ci rende anche più soli, abbandonati, impauriti sempre più. La solitudine spaventa sempre e noi non siamo abituati a gestirla, ad abitarla, è una condizione che ci fa soffrire e, molto spesso, ci deprime, ci svuota.

Cosa faccio ora tutto solo in questo tempo?

Quando non ho nulla da fare…non so come impiegare il tempo…mi sembra tutto vuoto…fermo

Non siamo abituati a sentire la solitudine come un valore, ma come una dimensione morta, statica, spoglia; dovremmo iniziare a praticarla più spesso, apprezzandone i benefici che può avere su di noi, come avere più tempo per dedicarsi a se stessi, curare tutto ciò che non riusciamo a fare nei giorni normali di massima produttività e lavoro, come coltivare le proprie passioni, godere semplicemente di una giornata di sole, riposarsi, rigenerarsi dal tran-tran quotidiano e, soprattutto, allontanarci dai problemi.

La soluzione al Coronavirus è, quindi, darsi tempo e coltivare nuove attività, ricostruendo una nuova routine di vita, accettando la paura dentro di sé e non lasciandosi sopraffare piattamente. Si può agire anche restando fermi molto spesso, senza uscire di casa. Siamo isolati, non soli. Siamo distanti, ma non abbandonati.

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