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Curare e prendersi cura di una persona malata, come un bambino con la leucemia, un anziano con Alzheimer o una donna con un tumore, è estremamente difficile da parte di chi se ne occupa per lavoro, ovvero chi svolge professioni di aiuto come gli operatori sanitari, ma anche da parte dei familiari che ogni giorno devono badare a tutti i bisogni del malato e alle sue implicazioni.

I medici, gli psicologi, gli infermieri, gli Oss o i familiari della persona malata ogni giorno devono confrontarsi con la malattia, in molti casi con una menomazione permanente, un incidente irreversibile, la diagnosi di una malattia cronica e fortemente invalidante, o la morte inevitabile, spesso già scritta, oltre alla sofferenza e al dolore che ne consegue, spesso difficile da accettare e con cui dover convivere irrimediabilmente.

La metafora della Matrioska russa, composta da tante bamboline una dentro all’altra, rende molto bene l’idea del ruolo di sostegno che mette in atto chi lavora in ospedale o chi assiste un familiare malato; è un lavoro di gestione e contenimento fisico ed emotivo a catena, in cui l’operatore o il familiare si pone in una posizione di assistenza atta a comprendere, accogliere e contenere i bisogni e i disagi psico-fisici della persona assistita insieme al dolore emotivo che ne consegue.

Questo si traduce nel fare in modo che la sofferenza e il dolore del malato si rifletta sull’assistente per renderlo più leggero e sopportabile rispetto alla pesantezza della sua condizione, senza problematizzarla troppo; l’assistente funge da catalizzatore di tutto il brutto che la condizione patologica comporta, come uno specchio che riflette e assorbe le negatività dell’altro.

La difficoltà emotiva di chi assiste il malato

La professione di aiuto o di chi fa assistenza è una condizione lavorativa ed esistenziale estrema, che richiede molto coraggio e preparazione emotiva, in cui ci si mette in gioco costantemente nell’elaborare emozioni complesse come il dolore, la sofferenza emotiva, l’impotenza e l’angoscia di morte. È frequente, infatti, che la persona che assiste soffra vedendo soffrire il malato, o che si senta impotente nel poterlo aiutare o placare il dolore, o, ancora, che si comporti come se stesse bene e non dovesse morire, quindi negando la prognosi di morte e il piano di realtà.

Non morirà…rispetto a ieri sta molto meglio! Me ne accorgerei!

I medici mi hanno detto che non c’è scampo, ma non mi sembra stia così male; avranno sbagliato diagnosi!

Mia moglie oggi sembra che mi riconosca… sembra le stia tornando la memoria; forse la demenza non è poi così grave in fondo!

Negare o minimizzare diventa, in molti casi, l’unico modo per sovvertire la realtà, facendo finta che non ci sia un problema, deprimersi è un modo per prendersela con se stessi, nell’impotenza di farlo con il malato, mentre arrabbiarsi con chi soffre è volto a scaricare la rabbia come un modo per incolpare qualcuno, per dirottare le proprie frustrazioni e sentimenti negativi sulla persona che, ogni giorno, ricorda il disagio.

La matrioska può rompersi: è difficile assistere chi soffre, non sempre si hanno gli strumenti e le risorse emotive per far fronte ad una situazione così complessa emotivamente, fatta di sofferenza, angosce, dubbi, senso di vuoto, impotenza, ineluttabilità della morte e accettazione del lutto.

Essere contenuti per saper contenere gli altri

(Il ruolo della psicoterapia come facilitatrice del carico emotivo assistenziale)

Anche la Matrioska può rompersi; la persona che assiste può essere estremamente forte e preparata al dolore, avendolo già provato e affrontato molteplici volte, ma potrebbe arrivare, prima o poi, un urto nuovo e imprevedibile che può rischiare di mandarla in mille pezzi, questo poiché non si è mai completamente preparati nella vita.

Ci sono sempre situazioni nuove e il cui impatto non è controllabile e atteso. Chi sostiene non è invincibile, ma è suscettibile come ogni altra persona al dolore e all’usura emotiva: sostenere costantemente gli altri senza avere dentro di sé la consapevolezza dei propri limiti e l’intelligenza del sapersi fermare e dirsi “Stop” può portare al Born-out, ovvero il rischio di bruciarsi a livello fisico ed emotivo, un esaurimento per eccessiva cura dell’altro, senza che si badi alla propria di salute.

Quando entro in stanza della mamma… il dolore diventa anche il mio. Non ce la faccio a vederla soffrire così… spesso piango di notte senza dormire e il giorno dopo non riesco a lavorare o a fare altro perché penso sempre a lei e a quanto soffre!

Spesso ci si dimentica che per contenere e aiutare l’altro bisogna in primis essere in salute e sufficientemente lucidi, altrimenti si rischia di danneggiarlo, piuttosto che sollevarlo dai suoi problemi.

La psicoterapia può aiutare l’operatore sanitario o il familiare accudente ad affrontare e gestire meglio le emozioni negative del dolore, offrendo un posto in cui svuotarsi, condividere le emozioni taciute e tenute dentro di sé per dare un nuovo senso.

Il peso emotivo può trovare, qui, un posto in cui alleggerirsi, per comunicare vuoto, rabbia, tristezza, impotenza, negazione, perdita ovvero tutto ciò che non ci si può permettere di dire al malato.

In questo modo si cerca di evitare che lo stress aumenti ancora di più e corroda nel tempo la persona, svuotandola ancora di più di senso. Lo stress viene così definito, giustificato, avvalorato, scaricato senza diventare somatico o intrapsichico.

Comunicare il dolore diventa l’arma con cui comprendere meglio la propria difficile condizione e accettare quella dell’altro; trasforma i pensieri e le emozioni non dette in qualcosa che acquista senso ed è normale che si provi: la frustrazione di prendersi cura dell’altro.

Per sostenere gli altri è fondamentale prendersi cura di sé!

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