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L’Anaffettività: quando la relazione è “fredda”

La persona anaffettiva è incapace di provare emozioni e sentimenti, quindi di esprimerli, perché non riesce ad accedere al proprio mondo interiore e a quello degli altri. Non mostra alcun tipo di sentimento in situazioni in cui, invece, lo richiedono, come il dispiacere per una persona defunta o la gioia per il successo di un caro amico.

L’anaffettivo sembra completamente incurante e anestetizzato rispetto a tutto, a sentimenti positivi e a quelli negativi; appare sempre distaccato, gelido, fermo, cinico e incurante verso tutto e tutti, a tal punto da essere etichettato come una persona trascurante nei confronti degli altri. Nulla sembra scalfirlo o preoccuparlo; riesce sempre a razionalizzare ogni evento e a contenersi. Le emozioni rimangono inespresse e, spesso, sono represse poiché allontanate dalla coscienza e dal desiderio.

Ogni volta che gli parlo di come mi sento… sembra come se stessi parlando con un estraneo… è freddo ed evitante, come un pezzo di ghiaccio!

In casi più estremi la persona evita il contatto fisico, poiché questo genera dentro di sé emozioni come imbarazzo, vergogna o disagio che non vuole provare. Non è sempre facile individuare l’anaffettività, poiché, in genere, viene confusa con l’alessitimia, ovvero con l’incapacità di riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, un deficit di consapevolezza emotiva che porta la persona ad avere difficoltà nel verbalizzare a parole cosa prova. In questo caso la persona prova sentimenti ed affetti, ma le manca un vocabolario emotivo in grado di farle riconoscere i propri stati emotivi e quelli altrui ed esprimere a parole cosa sente o come si sperimenta in determinate circostanze.

I tratti distintivi

In genere la persona anaffettiva si riconosce da alcuni tratti distintivi:

  • Appare sempre fredda e distaccata emotivamente
  • È incapace di accettare situazioni dolorose passate o dell’infanzia
  • È incapace di accettare le critiche altrui
  • È incapace di godere della vita e delle relazioni
  • È instabile emotivamente
  • È incapace di scherzare ed essere autoironica, ma prende tutto sul serio e pesantemente
  • Si mostra, spesso, cinica e dedita smodatamente al lavoro, che sembra essere la sua ragione di vita

In genere l’anaffettivo si dedica anima e corpo al lavoro, che non prevede emozionarsi o affezionarsi a qualcuno, ma che lo impegna meccanicamente in un’attività, senza investimenti o coinvolgimenti emotivi. Molto spesso questo aspetto patologico viene scambiato per tratto comportamentale naturale; molte persone giustificano dicendo “è fatto così…è difficile cambiarlo!” o “Una persona non la si conosce mai in fondo…neanche dopo una vita!”.

Il lavoro viene amplificato nella sua importanza per compensare e sanare le mancate gratificazioni sentimentali e intime, proprie dei rapporti interpersonali.

L’anaffettività nelle relazioni

È molto complesso e frustrante relazionarsi ad una persona anaffettiva, poiché questa è mancante di empatia e di qualsiasi altra emozione; gli eventi sono vissuti meccanicamente e sembra di avere a che fare con un robot, inespressivo dal punto di vista emotivo e distaccato. L’anaffettivo non è socievole, simpatico, amabile, parla poco e le sue conversazioni non hanno colore e vertono sempre su fatti, lavoro e impegni pratici da gestire.

A lungo andare l’anaffettivo sbiadisce e distrugge le relazioni con amici e con il proprio partner, poiché indifferente e apatico; la persona che si relaziona a lui finisce con lo stancarsi. È molto rigido, ossessivo e perfezionista con se stesso e con gli altri, a tal punto da essere cinico. Preferisce dedicarsi al lavoro, allo sport e al tempo libero, piuttosto che coltivare le relazioni con gli altri, dà importanza agli aspetti materiali della vita, che riflettono un vuoto interiore che si trascina da tempo e che gli garantiscono un benessere temporaneo e illusorio.

Tende a raggiungere obiettivi per immagine e non per sentirsi felice, strumentalizzando gli altri in base ai propri bisogni; quando ha raggiunto i suoi obiettivi e gli altri non servono più li butta via come oggetti. Avere a che fare con una persona anaffettiva significa relazionarsi con un muro di silenzio e razionalità; questi atteggiamenti fanno in modo che il partner si metta in discussione cercando dentro di sé il problema e pensando di essere sbagliato in qualcosa ma, alla lunga, viene fuori tutto lo scarso coinvolgimento emotivo che ha sempre caratterizzato l’anaffettivo.

Quali sono le cause?

L’Anaffettività non è una sindrome o una patologia, ma è sintomo di una certa personalità, ad es. narcisistica o ossessiva, un atteggiamento difensivo per schermarsi dalle emozioni che, si teme, possano ferire o far soffrire troppo. Emozioni troppo forti o invasive vengono combattute chiudendo completamente l’accesso ad esse, in modo tale che non si corre il rischio di star male.

se non provo, allora non soffro

Fare attività, lavorare, fare sport, tenersi impegnati protegge dal rendersi vulnerabili alle sofferenze che la vita può causare; è come se l’anaffettivo non potesse permettersi di fermarsi un attimo, di sostare nelle sue emozioni, perché queste potrebbero distruggerlo. Questo atteggiamento può essere legato a situazioni dolorose passate, come traumi, abbandoni, abuso, violenza, trascuratezza, che si vogliono evitare.

La paura, quindi, di provare nuovamente emozioni di dolore e sofferenza porta la persona a congelarsi, anestetizzarsi, allontanando da sé ulteriori esperienze traumatiche o infelici, che, questa volta, potrebbero non farlo sopravvivere. L’anaffettività si può trasmettere attraverso le generazioni, nel momento in cui un genitore non educa il figlio alla cura emotiva e al calore affettivo, rendendolo incapace di amare e farsi amare liberamente, ma preparandolo a mantenere sempre un certo distacco dagli altri.

La freddezza e distanza dell’anaffettivo è spiegabile, quindi, come l’unico tentativo di non lasciarsi prendere dall’angoscia dell’abbandono e dal vuoto interiore che ha sperimentato nel suo passato e teme possa riproporsi.

Cosa può fare la psicoterapia?

La psicoterapia può portare la persona anaffettiva, che spesso si reca in analisi su suggerimento di chi gli sta accanto e non lo sente vicino ed empatico, a riconoscere dentro di sé la paura di amare ed essere amato, come difesa alla sofferenza sperimentata in passato e come una paura che gli impedisce di vivere nel presente per godersi tutto ciò che gli dà la vita: relazioni, amici, momenti belli.

Bisogna che la persona impari a ritrovare, dentro di sé, quell’amorevolezza che non si è permessa di provare, che teme, ma che non necessariamente la farà soffrire, poiché ciò che succede nel passato non è detto che succeda nuovamente nella vita presente. Questo però è un rischio che deve prendersi.

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